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Esecuzione sentenze di primo grado - profili processuali PDF Stampa E-mail
Scritto da La redazione iusna.net   

TAR Napoli, Sez. II, 27 settembre 2007 / 19 ottobre 2007, n. 9748 (Pres. D'Alessandro, est. Maiello) 

Il legislatore ha inteso assicurare concretezza al principio di esecutività delle decisioni di primo grado, espressamente sancendo che, per l'esecuzione delle sentenze non sospese dal Consiglio di Stato, il Tribunale Amministrativo Regionale esercita i poteri inerenti al giudizio di ottemperanza al giudicato di cui all'articolo 27, primo comma, numero 4), del testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato, approvato con regio decreto 26 giugno 1924, n. 1054, e successive modificazioni.
Di contro, non risulta dettata una specifica normativa volta a disciplinare le forme e la scansione del procedimento in argomento.
Sul punto, in aderenza ad un autorevole orientamento giurisprudenziale, deve ritenersi che l'azione di esecuzione delle sentenze di primo grado presenti, rispetto all'azione di ottemperanza, differenze strutturali e sostanziali che si riflettono anche sul piano processuale: sul piano sostanziale, deve invero rilevarsi che l’assetto di interessi recepito nella decisione di primo grado è caratterizzato da un’ontologica provvisorietà in contrapposizione alla definitività che invece connota il giudicato, circostanza che non può restare neutra nella definizione concreta dei poteri del giudice dell’esecuzione.
Inoltre, sul piano più strettamente processuale deve rilevarsi il difetto di una espressa previsione normativa, che estenda anche all'azione di esecuzione delle sentenze di primo grado non sospese dal Consiglio di Stato la puntuale disciplina del giudizio di ottemperanza.
La norma, invero, si limita a disporre che il Tribunale amministrativo regionale esercita i poteri inerenti al giudizio di ottemperanza” cioè, per quanto qui interessa, agisce con i poteri propri della giurisdizione di merito e non con quelli della giurisdizione di legittimità.

A tal riguardo è stata evidenziata una significativa assonanza con l’esecuzione dell’ordinanza cautelare, oggi disciplinata all’art. 21 ultimo comma della legge 1034/1971, ma già ampiamente praticata dalla giurisprudenza amministrativa: per entrambi i casi si tratta di dare attuazione, dinanzi al medesimo giudice della cognizione che all’uopo “esercita i poteri inerenti al giudizio di ottemperanza al giudicato”, a una pronunzia giurisdizionale esecutiva, per natura o per espressa disposizione di legge (v. art. 33, 1° comma, della L. n. 1034/71), che peraltro ha un carattere condizionato, potendo essere impugnata e quindi annullata (o, nel caso della sentenza, a sua volta sospesa), e transitorio, venendone meno l’efficacia rispettivamente al momento della pronuncia di primo grado o del formarsi del giudicato ( Tar Friuli N.112/2002).
Nella descritta prospettiva, l’introduzione dei giudizi suddetti – diversamente da quanto previsto per il rito dell’ottemperanza – deve avvenire con istanza motivata e notificata alle altre parti .
Ne discende che, ai fini della rituale introduzione di un’azione in executivis ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 33 della legge 1034/971, non sia valido il deposito del ricorso nella segreteria del giudice adito.
Tale soluzione potrebbe, invero, ritenersi coerente con le indiscutibili e immodificabili statuizioni del giudicato, così che è ragionevole richiedere all’amministrazione intimata solo di presentare memorie per far conoscere al giudice adito l’attività intrapresa ai fini dell’esecuzione e per fare il punto sulla eventuale attività sostitutiva da svolgere.
Viceversa, i ricorsi proposti ex art. 33 della legge 1034/1971 devono essere introdotti con il rito ordinario, onde assicurare la pienezza del contraddittorio onde consentire all’amministrazione di svolgere adeguatamente le proprie difese proprio per la delicatezza della fase in atto, in cui gli assetti pubblici e privati in gioco, che sono ancora in itinere, devono essere salvaguardati al fine di conservarli per quanto possibile integri ed effettivi per la concreta attuazione della decisione finale ( cfr. in termini CdS 5352 del 9.10.2002).


REPUBBLICA  ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE

PER LA CAMPANIA

NAPOLI

SECONDA SEZIONE

composto dai Signori Magistrati:

dr. Carlo d’Alessandro                        Presidente

dr. Pierluigi Russo                                Primo Referedario

dr. Umberto Maiello                            Primo Ref. , relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso n. 2596/2007 proposto da SENA Francesco, rappresentato e difeso dall’Avv. Rosa Sena e, con il predetto difensore, elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. Franco Iesu in Napoli al c.so Novara n.20;

contro

il Comune di CICCIANO, in persona del Sindaco pro – tempore, rappresentato e difeso dall’Avv. Geremia Biancardi e, con il predetto difensore, elettivamente domiciliato presso lo studio legale Actis in Napoli alla via S. Lucia n. 107;

per l’esecuzione

della sentenza n°3865 del 2.5.2006, pronunciata dal TAR Campania – Napoli – II^ Sezione;

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’Amministrazione intimata;

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore alla pubblica udienza del 27.9.2006 il dott. Umberto Maiello;

Uditi altresì gli avvocati come da verbale d’udienza.

Ritenuto in fatto ed in diritto quanto segue:

FATTO e DIRITTO

Con sentenza n°3865 del 2.5.2006, questo Tribunale, in accoglimento della pretesa attorea, ha annullato il permesso di costruire rilasciato dal Comune di Cicciano a Iesu Felice.

Deduce la ricorrente, con l’atto introduttivo del presente giudizio, che il richiamato decisum non ha ricevuto integrale esecuzione da parte della soccombente Amministrazione; sollecita, quindi, l’adozione di congrue misure di ottemperanza.

Occorre, anzitutto, verificare la rituale introduzione del giudizio in argomento, disciplinato dall’ultimo comma dell’art. 33 della legge 1034/1971, come modificato dall’art. 10 della legge 205/2000.

Ed, invero, l’Amministrazione resistente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per mancata notifica alle parti controinteressate.

In punto di fatto, mette conto evidenziare che effettivamente il gravame in epigrafe non è stato partecipato né all’Amministrazione intimata  né al controinteressato.

Ai fini di una compiuta disamina della suddetta questione, vale premettere che, attraverso il suddetto rimedio, il legislatore ha inteso assicurare concretezza al principio di esecutività delle decisioni di primo grado, espressamente sancendo che, per l'esecuzione delle sentenze non sospese dal Consiglio di Stato, il Tribunale Amministrativo Regionale esercita i poteri inerenti al giudizio di ottemperanza al giudicato di cui all'articolo 27, primo comma, numero 4), del testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato, approvato con regio decreto 26 giugno 1924, n. 1054, e successive modificazioni.

Di contro, non risulta dettata una specifica normativa volta a disciplinare le forme e la scansione del procedimento in argomento.

Sul punto, in aderenza ad un autorevole orientamento giurisprudenziale, deve ritenersi che l'azione di esecuzione delle sentenze di primo grado presenti, rispetto all'azione di ottemperanza, differenze strutturali e sostanziali che si riflettono anche sul piano processuale: sul piano sostanziale, deve invero rilevarsi che l’assetto di interessi recepito nella decisione di primo grado è caratterizzato da un’ontologica provvisorietà in contrapposizione alla definitività che invece connota il giudicato, circostanza che non può restare neutra nella definizione concreta dei poteri del giudice dell’esecuzione.

Inoltre, sul piano più strettamente processuale deve rilevarsi il difetto di una espressa previsione normativa, che estenda anche all'azione di esecuzione delle sentenze di primo grado non sospese dal Consiglio di Stato la puntuale disciplina del giudizio di ottemperanza.

La norma, invero, si limita a disporre che il Tribunale amministrativo regionale esercita i poteri inerenti al giudizio di ottemperanza” cioè, per quanto qui interessa, agisce con i poteri propri della giurisdizione di merito e non con quelli della giurisdizione di legittimità.

A tal riguardo è stata evidenziata una significativa assonanza con l’esecuzione dell’ordinanza cautelare, oggi disciplinata all’art. 21 ultimo comma della legge 1034/1971, ma già ampiamente praticata dalla giurisprudenza amministrativa: per entrambi i casi si tratta di dare attuazione, dinanzi al medesimo giudice della cognizione che all’uopo “esercita i poteri inerenti al giudizio di ottemperanza al giudicato”, a una pronunzia giurisdizionale esecutiva, per natura o per espressa disposizione di legge (v. art. 33, 1° comma, della L. n. 1034/71), che peraltro ha un carattere condizionato, potendo essere impugnata e quindi annullata (o, nel caso della sentenza, a sua volta sospesa), e transitorio, venendone meno l’efficacia rispettivamente al momento della pronuncia di primo grado o del formarsi del giudicato ( Tar Friuli N.112/2002).

Nella descritta prospettiva, l’introduzione dei giudizi suddetti – diversamente da quanto previsto per il rito dell’ottemperanza – deve avvenire con istanza motivata e notificata alle altre parti .

Ne discende che, ai fini della rituale introduzione di un’azione in executivis ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 33 della legge 1034/971, non sia valido il deposito del ricorso nella segreteria del giudice adito.

Tale soluzione potrebbe, invero, ritenersi coerente con le indiscutibili e immodificabili statuizioni del giudicato, così che è ragionevole richiedere all’amministrazione intimata solo di presentare memorie per far conoscere al giudice adito l’attività intrapresa ai fini dell’esecuzione e per fare il punto sulla eventuale attività sostitutiva da svolgere.

Viceversa, i ricorsi proposti ex art. 33 della legge 1034/1971 devono essere introdotti con il rito ordinario, onde assicurare la pienezza del contraddittorio onde consentire all’amministrazione di svolgere adeguatamente le proprie difese proprio per la delicatezza della fase in atto, in cui gli assetti pubblici e privati in gioco, che sono ancora in itinere, devono essere salvaguardati al fine di conservarli per quanto possibile integri ed effettivi per la concreta attuazione della decisione finale ( cfr. in termini CdS 5352 del 9.10.2002).

Né, peraltro, è possibile riconoscere l’esistenza del cd. “errore scusabile”, atteso che tale istituto implica, com’è noto, una situazione normativa – e giurisprudenziale - obiettivamente non conoscibile o confusa, uno stato di obiettiva incertezza, per le oggettive difficoltà di interpretazione di una norma, per la particolare complessità di una fattispecie concreta, per i contrasti giurisprudenziali esistenti o per il comportamento dell'amministrazione idoneo, perché equivoco, ad ingenerare convincimenti non esatti, fattispecie non ravvisabili nel caso di specie in ragione degli orientamenti giurisprudenziali sopra richiamati.

Conclusivamente, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Sussistono nondimeno giusti motivi per compensare le spese processuali.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, sede di Napoli, Seconda sezione, definitivamente pronunziandosi sul ricorso in epigrafe, lo dichiara inammissibile.

Dichiara compensate le spese di giudizio.

Ordina che la presente decisione venga eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Napoli nella Camera di Consiglio del 27.9.2007.

Il Primo Ref. Estensore

Il Presidente