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Domanda di sanatoria - silenzio significativo - obbligo del provvedimento espresso PDF Stampa E-mail
Scritto da La redazione iusna.net   

TAR NAPOLI, Sez. IV, 22 febbraio 2006/ 30 marzo 2006, n. 3270

Al riguardo si deve ricordare che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Sezione (fra le tante si vedano le sentenze n 3376 del 4 aprile 2003 e n. 7327 del 20 novembre 2002, in termini TAR Campania, Napoli, sez. II, n. 16775 del 12.11.2004, TAR Lazio, sez. II n. 3469 del 2004), il comportamento omissivo tenuto dall’Amministrazione in ordine alla domanda di sanatoria, pur avendo il significato di rigetto implicito della domanda, non fa venire meno il legittimo interesse dell’istante ad ottenere dalla stessa Amministrazione una pronuncia espressa che contenga l’enunciazione esplicita delle ragioni del mancato accoglimento della domanda, né fa venire meno l’obbligo dell’Amministrazione medesima di pronunciarsi comunque in modo esplicito sulla domanda stessa.
Tale orientamento, invero non pacifico nella giurisprudenza amministrativa (in senso contrario si veda TAR Campania Napoli, sez. VI n. 5484 del 5 maggio 2005) risulta oramai confermato dalla recente legge della Regione Campania n 16 del 22 dicembre 2004 che all’art. 43 chiaramente qualifica come “inadempimento” il silenzio serbato dall’amministrazione sulla domanda di sanatoria presentata ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001, prevedendo, al comma 2, il potere del Presidente della Giunta Regionale (al quale devono essere trasmessi dai responsabili dei competenti servizi comunali gli elenchi delle domande presentate a tal fine) di diffidare il comune a pronunciarsi con provvedimento espresso sulle richieste entro i termini di cui all’articolo 1 della legge regionale n. 19 del 2001, e prevedendo, in caso di inerzia, la richiesta di esercizio dei poteri sostitutivi della Provincia, da espletarsi nei termini e con le modalità di cui all’articolo 4 della legge regionale n. 19 del 2001.

R E P U B B L I C A   I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE DELLA CAMPANIA - NAPOLI, SEZIONE 4^ -,

composto dai signori magistrati:

                Eduardo Pugliese                                                Presidente

                Dante D'Alessio                                  Consigliere est.

                Rosa Perna                                                          Referendario

S E NT E N Z A

                sul ricorso n. 11244 del 2003 R.G., proposto da BARBIERO Pio, rappresentato e difeso dall’avvocato Pasquale Marotta, con domicilio per legge in Napoli, presso la Segreteria del TAR,

contro

                il Comune di Alvignano, in persona del Sindaco p.t., non costituito in giudizio,

e nei confronti di:

                - Filippo Mercurio, commissario ad acta;

                - la Provincia di Caserta, in persona del Presidente p.t., rappresentato e difeso dall’avvocato Francesco Ferraiolo;

                - Mongillo Carmine, controinteressato, rappresentato e difeso dagli avvocati Pietro Mauro Piccirillo e Maiorisi Giovanni.

per l’annullamento

della concessione edilizia in sanatoria n. 7390 del 2.9.2003 rilasciata dal Commissario ad acta nominato dalla Provincia di Caserta in favore di Mongillo Carmine;

del decreto del Presidente della Giunta della Provincia di Caserta n. 74/pres del 6 agosto 2003.

                Visto il ricorso e i relativi allegati;

                Vista la costituzione in giudizio della Provincia di Caserta e del controinteressato Mongillo Carmine.

                Visti gli atti tutti di causa;

                Relatore nella Pubblica Udienza del 22 febbraio 2006 il Consigliere Dante D'Alessio;

                Uditi l'avvocato Pasquale Marotta, per il ricorrente, l’avv. Domenico Santonastaso, per delega, per il ricorrente, e l’avv. Giovanni Maiorisi, per il controinteressato Mongillo Carmine.

                Considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO e DIRITTO

                1. Il signor Mongillo Carmine, in qualità di procuratore speciale dei signori De Francesco Genoveffa, Piucci Carla e Piucci Pasquale, proprietari di un fabbricato urbano con annesso terreno sito in Alvignano, via Gorizia n. 16, a seguito di autorizzazione n. 203 del 19 aprile 2002, rilasciata dal Comune di Alvignano ai sensi della legge n. 219 del 1981, aveva avviato lavori di ristrutturazione del detto fabbricato.

                Il ricorrente signor Pio Barbiero, proprietario di un’area confinante con quella interessata dai lavori, avendo rilevato che il signor Mongillo aveva demolito il precedente fabbricato (con l’eccezione della sola facciata su via Gorizia) e stava ricostruendo una nuova struttura in cemento armato in ampliamento e con violazione delle distanze dalla sua proprietà, presentava un esposto al Comune.

                Il signor Mongillo, in data 25 ottobre 2002, chiedeva quindi al Comune di Alvignano una concessione per l’ampliamento del fabbricato oggetto della ristrutturazione nonché una autorizzazione in sanatoria per la ristrutturazione del locale deposito posto sul retro del fabbricato.

                Il Comune di Alvignano, sulla base del progetto presentato (in atti di causa progetto P1) rilasciava quindi, in data 7 gennaio 2003, la concessione edilizia n. 5 del 2003.

                Ma il ricorrente signor Barbiero, ritenendo illegittima la concessione in questione, chiedeva, con un nuovo esposto presentato al Comune in data  4 febbraio 2003, l’annullamento della stessa.

                Il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune disponeva quindi la sospensione dei lavori, con ordinanza n. 1 del 5 febbraio 2003, ed indiceva una conferenza dei servizi finalizzata a verificare, nel contraddittorio delle parti, la fondatezza dei rilievi sollevati.

                All’esito della conferenza dei servizi, essendo emerso che vi era stata una errata valutazione circa il posizionamento della linea di separazione fra la zona B e C1 dello strumento urbanistico, con conseguente eccesso nel computo delle volumetrie ammissibili, il Dirigente dell’Ufficio Tecnico avviava, con la comunicazione agli interessati, il procedimento per l’annullamento della concessione edilizia n. 5 del 2003.

                Il signor Mongillo, in data 18 febbraio 2003, presentava al Comune quindi una nuova istanza di concessione con un nuovo progetto (in atti di causa progetto P2) rielaborato tenendo conto dei rilievi evidenziati sulla classificazione dei suoli e nel quale, lasciata sostanzialmente immutata la sagoma del fabbricato, veniva prevista l’attribuzione ad alcuni ambienti di destinazioni non residenziali (servizi tecnici e pertinenziali).

                Successivamente, in data 22 aprile 2003, il signor Mongillo presentava al Comune una nuova istanza con un ulteriore progetto (in atti di causa progetto P3) nel quale, fermi restando gli aspetti edilizi, effettuava una nuova misurazione delle aree ai fini della classificazione urbanistica dei suoli ricadenti rispettivamente in zona B e in zona C1.

                Il Comune non provvedeva sulle dette istanze e il signor Mongillo si rivolgeva allora alla Provincia di Caserta chiedendo l’esercizio dei poteri sostitutivi ai sensi dell’art. 4 della legge regionale n. 19 del 2001.

                Con Decreto del Presidente della Provincia di Caserta n. 74/pres del 6 agosto 2003 veniva quindi nominato Commissario ad acta l’ing. Filippo Mercorio il quale, provvedeva al rilascio del Permesso di costruire n. 60 del 2003, emesso con determina prot. 7390 del 2 settembre 2003.

                Il signor Mongillo quindi il 6 settembre 2003 comunicava la ripresa dei lavori e il 9 novembre 2003 l’ultimazione degli stessi.

                2.- Con il ricorso in esame, notificato il 10 e 18 ottobre 2003 e depositato il successivo 30 ottobre, il signor Pio Barbiero ha impugnato la predetta concessione edilizia in sanatoria n. 7390 del 2.9.2003 rilasciata dal Commissario ad acta nominato dalla Provincia di Caserta in favore di Mongillo Carmine nonché il pure già citato decreto n. 74/pres del 6 agosto 2003 con il quale il Presidente della Provincia di Caserta aveva nominato Commissario ad acta l’ing. Filippo Mercorio e ne ha chiesto l’annullamento perché illegittimi sotto diversi profili.

                Questa Sezione, con ordinanza collegiale n. 707 del 9 settembre 2004, ai fini della decisione, ha ritenuto di dover disporre una apposita consulenza tecnica.

                Dell’incombente è stato incaricato l’architetto Pasquale Rocchio, funzionario della Regione Campania in servizio presso il Settore provinciale del Genio Civile di Caserta.

                Con successiva ordinanza collegiale n. 1036 del 22 dicembre 2004, questa Sezione, su richiesta dell’architetto Pasquale Rocchio, ha disposto la proroga dei termini concessi per l’espletamento dell’incarico;

                Con ordinanza n. 489 del 12 maggio 2005 questo TAR ha poi disposto una nuova proroga dei termini autorizzando l’architetto Rocchio ad avvalersi della collaborazione di un tecnico rilevatore.

                L’architetto Rocchio ha quindi depositato in data 14 ottobre 2005 la consulenza tecnica richiesta.

                3.- Prima di affrontare nel merito le questioni di natura urbanistica ed edilizia che sono state oggetto anche della Consulenza Tecnica disposta da questo TAR, occorre esaminare le censure sollevate dal ricorrente signor Barbiero avverso il Decreto del Presidente della Provincia di Caserta n. 74/pres del 6 agosto 2003 con il quale è stato nominato Commissario ad acta l’ing. Filippo Mercorio (primo motivo di ricorso) e poi avverso i poteri in concreto esercitati dal Commissario ad acta (secondo motivo di ricorso).

                4.- Sostiene in particolare, con il primo motivo di ricorso, il signor Barbiero che l’articolo 4 della legge regionale n. 19 del 2001 conferisce al Presidente dell’Amministrazione Provinciale il potere di nominare un commissario ad acta, a seguito dell’inerzia della competente amministrazione comunale, solo per il rilascio di una normale concessione edilizia e non anche per il rilascio di una concessione edilizia in sanatoria che si riferisce a lavori già eseguiti e che trova la sua specifica disciplina nell’art. 13 della legge n. 47 del 1985 ed ora nell’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 6 giugno 2001 secondo cui l’istanza deve considerarsi respinta quando sulla stessa non sia intervenuta alcuna risposta dell’amministrazione trascorsi sessanta giorni dalla richiesta.

                Al riguardo si deve ricordare che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Sezione (fra le tante si vedano le sentenze n 3376 del 4 aprile 2003 e n. 7327 del 20 novembre 2002, in termini TAR Campania, Napoli, sez. II, n. 16775 del 12.11.2004, TAR Lazio, sez. II n. 3469 del 2004), il comportamento omissivo tenuto dall’Amministrazione in ordine alla domanda di sanatoria, pur avendo il significato di rigetto implicito della domanda, non fa venire meno il legittimo interesse dell’istante ad ottenere dalla stessa Amministrazione una pronuncia espressa che contenga l’enunciazione esplicita delle ragioni del mancato accoglimento della domanda, né fa venire meno l’obbligo dell’Amministrazione medesima di pronunciarsi comunque in modo esplicito sulla domanda stessa.

                Tale orientamento, invero non pacifico nella giurisprudenza amministrativa (in senso contrario si veda TAR Campania Napoli, sez. VI n. 5484 del 5 maggio 2005) risulta oramai confermato dalla recente legge della Regione Campania n 16 del 22 dicembre 2004 che all’art. 43 chiaramente qualifica come “inadempimento” il silenzio serbato dall’amministrazione sulla domanda di sanatoria presentata ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001, prevedendo, al comma 2, il potere del Presidente della Giunta Regionale (al quale devono essere trasmessi dai responsabili dei competenti servizi comunali gli elenchi delle domande presentate a tal fine) di diffidare il comune a pronunciarsi con provvedimento espresso sulle richieste entro i termini di cui all’articolo 1 della legge regionale n. 19 del 2001, e prevedendo, in caso di inerzia, la richiesta di esercizio dei poteri sostitutivi della Provincia, da espletarsi nei termini e con le modalità di cui all’articolo 4 della legge regionale n. 19 del 2001.

                5.- In relazione a quanto esposto si deve dunque ritenere che sia l’inerzia serbata dall’amministrazione sulla domanda di concessione edilizia (ed ora del permesso di costruire) sia l’inerzia serbata sulla domanda di sanatoria edilizia si configurino entrambe come forme di inadempimento dell’amministrazione comunale nell’esercizio di un’attività dovuta a fronte della quale l’ordinamento assicura strumenti di tutela sia di carattere giurisdizionale (attraverso l’impugnazione, con lo speciale rito accelerato disciplinato dall’art. 21 bis della legge n. 1034 del 1971) sia di carattere amministrativo attraverso il ricorso a poteri sostitutivi (che nella Regione Campania sono disciplinati dalle citate leggi regionali n. 19 del 2001 e n. 16 del 2004).

                Alla luce delle indicate disposizioni si deve pertanto ritenere applicabile anche all’inerzia serbata dal Comune sulla domanda di sanatoria edilizia il ricorso ai poteri sostitutivi della Provincia disciplinati dall’art. 4 dalla legge regionale n. 19 del 2001 quando sia inutilmente decorso il termine concesso all’amministrazione per provvedere.

                Per le esposte ragioni la censura sollevata dal sig. Barbiero con il primo motivo di ricorso si rileva infondata e deve essere quindi respinta.

                Né tale conclusione può essere inficiata dal rilievo che la legge regionale n. 16 del 2004 è stata emanata in epoca successiva alle vicende oggetto del presente ricorso tenuto conto che sul punto la legge regionale ha recepito quelle che erano le indicazioni che venivano dalla giurisprudenza prevalente ed anche da questa Sezione in ordine alla qualificazione da dare al silenzio serbato sulle domande di concessione edilizia in sanatoria con la conseguente utilizzazione dei rimedi (sia giurisdizionali che amministrativi) previsti per i casi di inerzia dell’amministrazione.

                6.- Con il secondo motivo di ricorso sostiene il signor Barbiero che comunque il Commissario ad acta era stato nominato dal Presidente della Provincia per esaminare la richiesta di concessione edilizia in sanatoria presentata dal signor Mongillo al Comune di Alvignano in data 18 febbraio 2003 (progetto P2) e non anche per esaminare la successiva richiesta di variante del 22 aprile 2003 (progetto P3) con la conseguenza che, in relazione all’incarico conferito, il Commissario non aveva il potere di esaminare (ed accogliere) tale ulteriore richiesta, con l’ulteriore conseguenza dell’illegittimità della determinazione adottata.

                La censura non può essere accolta.

                L’attività sostitutiva della Provincia, richiesta dal signor Mongillo a seguito dell’inerzia dell’amministrazione comunale ad adottare definitivi provvedimenti in ordine alla domanda di concessione edilizia in sanatoria (e in variante) presentata in relazione alla vicenda che si è descritta, non può dirsi infatti esercitata per una questione diversa (e quindi al di fuori dei poteri attribuiti) solo perché il signor Mongillo ha poi presentato una parziale variante al progetto, peraltro sostanzialmente limitata ad una diversa considerazione, ai fini del calcolo delle volumetrie, delle superfici ricadenti nelle zone B e C dello strumento urbanistico comunale. Tale variante non ha infatti determinato un sostanziale mutamento della domanda di sanatoria e quindi della questione che aveva determinato il ricorso ai poteri sostitutivi della Provincia.

                Non può pertanto ritenersi, tenuto anche conto dei principi di semplificazione che devono guidare l’azione dell’amministrazione, che la funzione commissariale dovesse ritenersi limitata all’esame della prima domanda di sanatoria presentata e non anche della successiva variante.

                Del resto la variante risulta presentata il 22 aprile 2003, in data quindi antecedente alla nomina del Commissario ad acta (il 6 agosto 2003) e il Comune comunque non aveva provveduto sulle istanze presentate.

                7.- Sempre in via preliminare occorre esaminare il terzo motivo di ricorso con il quale il sig. Barbiero ha sostenuto che la procura speciale rilasciata dai signori De Francesco Genoveffa, Piucci Carla e Piucci Pasquale, proprietari del fabbricato con annesso terreno sito in Alvignano, via Gorizia n. 16, dava mandato al signor Mongillo di provvedere alla sola riparazione del detto fabbricato, ai sensi della legge n. 219 del 1981, ma non anche di procedere alla demolizione ed alla ricostruzione in ampliamento dello stesso, con l’utilizzazione del terreno contiguo, né di richiedere i relativi titoli concessori che quindi non potevano essere allo stesso rilasciati.

                Tale censura si deve ritenere peraltro inammissibile per carenza di interesse a prescindere da quanto in proposito sostenuto dal controinteressato signor Mongillo che ha dichiarato di essere stato nominato, con atto del notaio Aldo Zetti di Firenze del 9 settembre 2001 procuratore speciale dei signori De Francesco Genoveffa, Piucci Carla e Piucci Pasquale per tutti gli interventi necessari per l’immobile in questione.

                Si deve infatti ritenere che i profili riguardanti un eventuale eccesso dai limiti della procura conferita al signor Mongillo possano essere fatti valere solo dai soggetti che a lui hanno conferito tale procura mentre dagli atti di causa non risultano in tal senso contrasti fra le parti.

                8.- E’ quindi ora possibile passare all’esame delle questioni di natura urbanistica ed edilizia sollevate dal signor Barbiero con gli altri motivi di ricorso che sono state oggetto della Consulenza tecnica disposta da questo TAR.

                Sostiene il signor Barbiero, con il quarto motivo di ricorso, che il Commissario, in presenza di chiare contraddizioni che emergevano dagli atti in relazione alla reale estensione del lotto interessato dai lavori, avrebbe dovuto verificare con idonea documentazione tale estensione e non limitarsi ad accettare la dichiarazione del progettista che dagli atti risulta non attendibile.                 Con il successivo quinto motivo sostiene l’erroneità del sistema utilizzato dal tecnico progettista per individuare la linea di demarcazione tra le zone B e C che interessa il lotto in oggetto.

                Con il sesto motivo sostiene che la strumentazione urbanistica del Comune di Alvignano (Programma di Fabbricazione approvato il 19.11.1971 e Regolamento edilizio approvato il 23.6.1988) non prevede fra i volumi tecnici “il locale caldaia/autoclave e il vano montacarichi” con la conseguenza che risulta erroneo escludere tali locali dal calcolo dei volumi dell’immobile così come è errato escludere dal calcolo dei volumi il locale cantina e il locale deposito al piano terreno perché di altezza utile interna di 2,40 metri. Non sono stati poi compresi nel calcolo dei volumi i muri perimetrali dello stabile.  L’altezza di estradosso dei piani risulta inoltre fissata a 2,90 metri con la conseguente realizzazione di locali residenziali con altezza netta inferiore alla minima consentita essendo lo spessore minimo degli interpiani di 26 cm. Per tutte le indicate ragioni, secondo il ricorrente, il volume dello stabile realizzato è di gran lunga superiore ai 647 mc. dichiarati dal progettista ed a fronte di un volume massimo realizzabile di 438 mc.

                Con l’ultima censura, rubricata al n. 7, il ricorrente sostiene infine che il progettista incaricato dal signor Mongillo non ha presentato una planimetria rappresentante il contesto urbanistico della zona né le distanze dalle proprietà confinanti e pertanto il Commissario non ha potuto verificare che la parete finestrata Est dell’immobile non rispetta la distanza di 5 metri dal confine della proprietà del ricorrente né ha potuto verificare che la parete Est del locale deposito non rispetta la distanza dal confine Est del lotto.

                9.- In relazione a tali censure ed agli atti depositati dalle parti, questa Sezione, con ordinanza collegiale n. 707 del 9 settembre 2004, ha disposto una apposita consulenza tecnica.

                Dell’incombente, come si è già detto, è stato incaricato l’architetto Pasquale Rocchio, funzionario della Regione Campania in servizio presso il Settore provinciale del Genio Civile di Caserta il quale in data 14 ottobre 2005 ha depositato la consulenza richiesta.

                L’architetto Rocchio, dopo una accurata ricostruzione della vicenda, in relazione alle domande formulate da questa Sezione, è giunto a formulare le considerazioni che si espongono di seguito:

a) sul quesito n. 1, riguardante l’effettiva estensione della superficie del lotto (particelle 140/1 e 274, riportate in catasto al foglio 19) interessata dai contestati lavori, l’architetto Rocchio ha affermato che le operazioni di rilievo <<hanno consentito di determinare che essa ha una dimensione complessiva di mq. 232,95, lievemente inferiore rispetto ai 242 mq. indicati nel progetto approvato>>;

b) sul quesito n. 2, riguardante l’esatta individuazione della parte del lotto ricadente in zona B (in progetto indicata in mq. 215,76) con la conseguente corretta determinazione del volume ammissibile, l’architetto Rocchio ha affermato che:

- ricade in zona “B” la parte del lotto corrispondente alla particella 140/1 estesa mq. 136,83 mentre ricade in zona “C1” la parte del lotto corrispondente alla particella 274 (ex 269/a) estesa mq. 96,12;

- per la parte ricadente in zona B, pari come si è detto a mq. 136,83, era realizzabile un volume di 410,49 mc (136,83 mq x 3,00 mc/mq);

- per la parte ricadente in zona C, pari a mq. 96, era realizzabile –utilizzando il solo indice di edificabilità fondiaria— un volume massimo di 240 mc (96 x 2,50 mc/mq);

- in totale risultava quindi realizzabile, con gli indicati indici, un volume di 650,49 mc. che risulta superiore ai 648 mc assentiti con il provvedimento impugnato;

c) sul quesito n. 3, riguardante la conformità delle altezze dei piani dell’immobile e la computabilità nel calcolo dei volumi, con riferimento alle previsioni urbanistiche, del locale caldaia/autoclave, del vano montacarichi, dei locali cantina e deposito e delle mura perimetrali, l’architetto Rocchio ha sostenuto che, ai sensi dell’art. 29 del Regolamento Edilizio del 1988 che ha modificato ed integrato il precedente Regolamento Edilizio del 1974 nella individuazione dei “Volumi tecnici”, il computo del volume risulta calcolato in modo conforme:

- per quanto riguarda l’altezza estradosso dei piani (da pavimento a pavimento), essendo rispettata l’altezza minima netta di mt. 2,70 per piano prescritta (art. 29 parte A, comma 5 del Regolamento);

- per quanto riguarda l’esclusione dei locali caldaia/autoclave e montacarichi che possono considerarsi locali per i servizi tecnici del fabbricato la cui superficie è consentito non computare fra le superfici utili dall’art. 29 parte B, primo punto del Regolamento;

- per l’esclusione dei vani terranei aventi altezza utile di mt 2,40 (cantina e deposito), ai sensi di quanto disposto dall’art. 29 parte B del Regolamento;

viceversa in modo non conforme per l’esclusione dal calcolo dei volumi delle murature perimetrali;

d) sul quesito n. 4, riguardante la mancata verifica da parte del Commissario nominato dall’Amministrazione provinciale delle distanze dai confini, l’architetto Rocchio ha affermato infine che la parete finestrata est del corpo di fabbrica principale e la parete est del locale deposito rispettano le norme sulle distanze minime dalla proprietà del ricorrente.

                10.- Sulla base di quanto accertato dall’architetto Rocchio è quindi ora possibile esaminare le censure sollevate dal signor Pio Barbiero che si sono sinteticamente già esposte al precedente punto 8.

                In relazione alle censure (sollevate con il quarto e quinto motivo di ricorso) riguardanti l’estensione del lotto interessato dai lavori, la destinazione urbanistica dei suoli e la conseguente capacità edificatoria degli stessi, l’architetto Rocchio ha chiarito [come indicato alle lettere a) e b) del precedente punto 9] che:

il lotto interessato ha una dimensione complessiva di mq. 232,95, lievemente inferiore rispetto ai 242 mq. indicati nel progetto approvato;

ricade in zona “B” la parte del lotto corrispondente alla particella 140/1 estesa mq. 136,83 mentre ricade in zona “C1” la parte del lotto corrispondente alla particella 274 (ex 269/a) estesa mq. 96,12;

in totale risultava realizzabile, con i rispettivi (suindicati) indici di zona, un volume complessivo di 650,49 mc. che risulta superiore ai 648 mc assentiti con il provvedimento impugnato.

                Per effetto di quanto affermato dall’architetto Rocchio le censure sollevate devono essere pertanto respinte in quanto, a prescindere dalle questioni riguardanti la corretta esclusione dal calcolo dei volumi utili di volumi comunque realizzati (oggetto di successiva censura e successivo esame), la non esatta rappresentazione urbanistica del lotto interessato dai lavori non ha comunque determinato l’illegittimità del titolo rilasciato in sanatoria in favore del controinteressato signor Mongillo in quanto il volume realizzato nel lotto interessato (ed oggetto della sanatoria) rientra comunque nei limiti volumetrici di zona.

                11.- Né, in relazione a tali conclusioni assumono rilievo le osservazioni  formulate dal ricorrente signor Barbiero, con la memoria depositata il13 febbraio 2006, in ordine alla mancata chiara indicazione nella superficie misurata del mappale 5116 di 75 mq. (di proprietà della moglie del signor Mongillo) e della particella n. 330, tenuto conto che non si rileva in che modo tale mancata precisazione potrebbe incidere sui limiti che si sono indicati e quindi sulla legittimità del provvedimento impugnato.

                Neppure ha rilievo, per quanto già esposto, il fatto che, come sostenuto sempre nella predetta memoria, il CTU non avrebbe risposto esaurientemente al quesito n. 2 non avendo precisato se è stata correttamente misurata in mq. 265,56 la parte del lotto ricadente in zona B ed essendosi limitato a confermare che la linea di demarcazione fra le due zone coincide con il confine catastale, tenuto conto, che come si è già affermato, tale questione non risulta rilevante ai fini di una valutazione della legittimità del titolo rilasciato in sanatoria.

                12.- Sostiene peraltro il ricorrente che erroneamente il CTU avrebbe calcolato il potenziale edificatorio del lotto aggiungendo al volume consentito dal terreno ricadente in zona B anche il volume sfruttabile del terreno ricadente in zona C valutato con l’indice fondiario (2,5 mc/mq) che non può essere applicato in mancanza di lottizzazione convenzionata.

                La censura non è fondata.

                Per quanto riguarda la affermata possibilità di sfruttare l’indice di edificabilità dell’area solo a mezzo di una lottizzazione si deve infatti ricordare che la giurisprudenza è pacifica nel ritenere che lo strumento lottizzatorio non è necessario quando l’area risulta già del tutto urbanizzata. Si è infatti affermato che, nel caso di lotto intercluso o in altri casi nei quali la zona risulti totalmente urbanizzata, attraverso la realizzazione delle opere e dei servizi atti a soddisfare i necessari bisogni della collettività – quali strade, spazi di sosta, fognature, reti di distribuzione del gas, dell’acqua e dell’energia elettrica, scuole, etc. – lo strumento urbanistico esecutivo non può ritenersi necessario e non può essere consentito all’Ente locale un rifiuto al rilascio del titolo abilitativo basato sul solo argomento formale della mancata attuazione della strumentazione urbanistica di dettaglio (fra le tante, T.A.R. Campania, Napoli Sezione IV, n. 359 del 25 gennaio 2005). Tale principio deve ritenersi applicabile al caso di specie nel quale l’area ricadente in zona C1 risulta far parte di un unico lotto nel quale l’area ricadente in zona B è prevalente e già totalmente urbanizzata.

                Considerata quindi la conformazione dell’area oggetto dell’intervento edificatorio e l’asservimento della stessa (nella sua interezza) all’immobile del controinteressato si può ritenere non necessaria (per la parte ricadente in zona C1) la realizzazione di quelle opere di urbanizzazione che sono il presupposto per la predisposizione e l’approvazione di un piano di lottizzazione.

                Anche tale profilo della censura sollevata deve essere pertanto respinto.

                13.- Per quanto riguarda poi la questione dell’applicazione, sempre alla predetta area ricadente nella zona C1 dello strumento urbanistico, dell’indice fondiario (2,5 mc/mq) e non del più contenuto indice territoriale (1,5 mc/mq), si deve ricordare che i due indici hanno evidentemente funzioni diverse e che la densità territoriale rileva normalmente solo ai fini della redazione degli strumenti urbanistici (siano essi generali o di completamento), attenendo alla determinazione dei rapporti tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici, e non anche per la utilizzazione edificatoria delle singole aree che risulta vincolata al rispetto dell'indice fondiario ad esse relativo (TAR Lazio sez. II n. 267 dell’8 febbraio 1988).

                Ne consegue che nella fattispecie deve ritenersi corretto il calcolo dei volumi effettuato facendo riferimento al solo indice di edificabilità fondiaria.

                Anche tale censura deve essere pertanto respinta.

                14.- Con il sesto motivo il ricorrente signor Barbiero ha sostenuto che il volume dello stabile realizzato è di gran lunga superiore ai 647 mc. dichiarati dal progettista (ed a fronte di un volume massimo realizzabile di 438 mc.) in quanto non sono stati considerati utili ai fini del calcolo della volumetria ammissibile buona parte dei volumi realizzati.

                In particolare, secondo il signor Barbiero, la strumentazione urbanistica del Comune di Alvignano non include fra i volumi tecnici “il locale caldaia/autoclave e il vano montacarichi” con la conseguenza che risulta erroneo escludere tali locali dal calcolo dei volumi dell’immobile così come è errato escludere dal calcolo dei volumi il locale cantina e il locale deposito al piano terreno perché di altezza utile interna di 2,40 metri.

                La censura non è fondata.

                Secondo quanto affermato dal CTU (e confermato dagli atti) risulta corretta l’esclusione dal calcolo dei volumi utili dell’immobile il volume dei locali caldaia/autoclave e montacarichi che possono considerarsi locali per i servizi tecnici del fabbricato ai sensi dell’art. 29 parte B, primo punto del Regolamento Edilizio che ha modificato ed integrato il precedente Regolamento Edilizio del 1974 nella individuazione dei “Volumi tecnici”.

                Risulta egualmente conforme alle norme urbanistiche ed edilizie del Comune di Alvignano l’esclusione dei vani terranei aventi altezza utile di mt 2,40 (cantina e deposito), ai sensi di quanto disposto dall’art. 29 parte B del Regolamento in questione.

                Né sono state evidenziate (o impugnate) disposizioni recanti limiti di superfici o di volumetria per tali destinazioni.

                Anche tale censura non può pertanto essere accolta.

                15.- Resta peraltro fermo che non può essere consentito un utilizzo dei locali tecnici (montacarichi, locale caldaia) o comunque ad uso non residenziale (cantina e deposito) per fini diversi da quelli per i quali sono stati assentiti e che hanno consentito la non computabilità degli stessi ai fini del calcolo della volumetria utile dell’immobile, secondo quanto previsto dalla strumentazione urbanistica comunale. 

                Ogni eventuale abuso in tal senso deve essere quindi perseguito dall’amministrazione comunale nell’esercizio dei suoi poteri di vigilanza sull’uso del territorio.

                16.- Con un ulteriore doglianza il ricorrente ha poi sostenuto che l’altezza di estradosso dei piani risulta fissata (da pavimento a pavimento) a 2,90 metri con la conseguente realizzazione di locali residenziali con altezza netta inferiore alla minima consentita essendo lo spessore minimo degli interpiani di 26 cm.

                In proposito tuttavia il CTU ha affermato la conformità di quanto realizzato  alla strumentazione urbanistica essendo rispettata l’altezza minima netta di mt. 2,70 per piano prescritta dall’art. 29 parte A, comma 5 del Regolamento edilizio.

                Sul punto il ricorrente, con la memoria conclusiva, ha sostenuto che erroneamente il CTU avrebbe ritenuto corretta l’altezza di mt. 2,90 degli estradossi dei singoli piani in quanto la struttura di un solaio non riesce ad essere contenuta entro la dimensione di cm. 20.

                Ma anche tale censura deve essere respinta considerato che il CTU ha chiaramente spiegato che la struttura di un solaio riesce ad essere contenuta nella dimensione di cm. 20 (pagine 17 e 18 della Relazione in atti).

                17.- Con un ulteriore profilo della sesto motivo di ricorso il signor Barbiero ha poi sostenuto che non sono stati compresi nel calcolo dei volumi i muri perimetrali dello stabile.

                Sul punto il CTU ha sostenuto che effettivamente non risulta conforme alla strumentazione urbanistica l’esclusione dal calcolo dei volumi utili delle murature perimetrali.

                A seguito di tale constatazione il signor Barbiero, nel ribadire la fondatezza della censura, ha lamentato la mancata quantificazione da parte del consulente tecnico dei volumi eccedenti.

                Il signor Mongillo, a sua volta, ha depositato una perizia di parte, datata 30 gennaio 2006 a firma dell’ing. Bruno Florio, nella quale, dopo aver ricordato che l’immobile in questione si trova innestato in una cortina di fabbricati lungo la via Gorizia, ha sostenuto che in sede di ristrutturazione ha realizzato una struttura interna in cemento armato al fine di evitare qualsiasi appoggio sulle murature perimetrali di proprietà dei soggetti confinanti.

                Al riguardo questo Collegio rileva che risulta effettivamente accertata dal CTU la mancata considerazione fra i volumi utili dei muri perimetrali dell’immobile. Peraltro né l’architetto Rocchio né il ricorrente quantificano il volume utile che non risulta correttamente considerato.

                Considerato che tali volumi, viste le dimensioni dell’immobile, non appaiono complessivamente rilevanti, questo Collegio ritiene che per tale (non precisata) eccedenza non possa ritenersi illegittimo l’impugnato provvedimento di sanatoria.

                Possono infatti ritenersi applicabili alla fattispecie, anche in considerazione dello svolgersi della vicenda sottoposta all’esame del Tribunale e tenuto conto della circostanza che le opere oggetto della sanatoria erano state comunque realizzate sulla base di atti abilitativi rilasciati dall’amministrazione (e non annullati), i principi elaborati dalla giurisprudenza amministrativa con riferimento all’esercizio dei poteri di autotutela dell’amministrazione, secondo i quali l’annullamento di un atto illegittimo non può essere giustificato solo con riferimento alla accertata illegittimità ma deve tenere conto anche della rilevanza della causa di tale illegittimità in una valutazione complessiva di tutti gli interessi coinvolti.

                18.- Con l’ultima censura, rubricata al n. 7, il ricorrente ha infine sostenuto che il progettista incaricato dal signor Mongillo non ha presentato una planimetria rappresentante il contesto urbanistico della zona né le distanze dalle proprietà confinanti e pertanto il Commissario nel rilasciare il provvedimento impugnato non ha considerato che la parete finestrata Est dell’immobile non rispetta la distanza di 5 metri dal confine della proprietà del ricorrente né ha potuto verificare che la parete Est del locale deposito non rispetta la distanza dal confine Est del lotto.

                Sul punto peraltro il CTU ha affermato che la parete finestrata est del corpo di fabbrica principale e la parete est del locale deposito rispettano le norme sulle distanze minime dalla proprietà del ricorrente.

                Anche tale censura deve essere pertanto respinta.

                Né si rileva come potrebbe incidere sulle valutazioni compiute quanto affermato nell’ultima memoria dal ricorrente sulla non correttezza del calcolo delle distanze a causa della particella 5116 appartenente ad altro soggetto (la moglie del Mongillo).

                19.- Si deve per completezza aggiungere che, per sostenere l’erroneità delle valutazioni compiute il ricorrente ha depositato in giudizio la relazione tecnica redatta, in data 26.4.2004, dall’ing. Francesco Biondi, Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune di Caserta, nel procedimento penale aperto per i fatti di causa presso la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere.

                Peraltro il signor Mongillo, con riferimento a tale relazione, ha fatto rilevare che il P.M. incaricato ha successivamente incaricato dei necessari accertamenti altro CTU, l’architetto Marilena Breglia; che il 25.6.2004 ha depositato una dettagliata consulenza tecnica nella quale dopo aver ritenuto legittimo l’intervento sostitutivo del Commissario ad acta ha ritenuto legittime anche le determinazioni dallo stesso adottate. In conseguenza il P.M. il 14.7.2004 ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale e il GIP, in data 21.7.2004, ha disposto l’archiviazione.

                20.- Per tutti gli esposti motivi il ricorso deve essere respinto.

                Si ritiene tuttavia di disporre la compensazione integrale fra le parti delle spese e competenze di giudizio.

                Devono essere invece poste a carico della parte ricorrente, virtualmente soccombente, le spese e gli onorari della consulenza tecnica d’ufficio che saranno liquidate con successivo provvedimento di questo Tribunale.

P.Q.M.

                Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, sede di Napoli sez. IV^, respinge il ricorso in epigrafe n. 11244 del 2003 R.G., proposto da BARBIERO Pio.

                Dispone la compensazione integrale fra le parti delle spese e competenze di giudizio.

                Condanna il ricorrente al pagamento delle spese per la Consulenza Tecnica disposta da questa Sezione che saranno liquidate con separato provvedimento.

                Così deciso in Napoli, nella Camera di Consiglio del 22 febbraio 2006.

                La presente decisione è depositata presso la Segreteria del Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

 

Il Presidente

Il Consigliere estensore

Il Segretario

 
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