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D.I.A. - lesione del terzo controinteressato - tutela PDF Stampa E-mail
Scritto da La redazione iusna.net   

TAR NAPOLI, Sez. IV, 22 febbraio 2006 / 27 marzo 2006, n. 3200

Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale del Giudice d’Appello (Cons. Stato, Sez. IV, 22 luglio 2005, n. 3916), formatosi alla luce della disciplina speciale dell’istituto dettata dal testo unico in materia edilizia e di quella generale vigente prima delle modifiche apportate all’art. 19 della legge n. 241/1990 dall’art. 3 del decreto legge n. 35/2005, una corretta impostazione di tale questione non è condizionata dal complesso dibattito sviluppatosi intorno alla natura della D.I.A., perché ciò che conta è distinguere tra due autonomi rapporti: quello tra il denunciante e l’Amministrazione e quello tra l’Amministrazione ed il controinteressato.

Nei rapporti tra denunciante e amministrazione, la denuncia di inizio attività si pone come atto di parte, che consente al privato di realizzare un determinato intervento edilizio a seguito dell’inutile decorso di un termine di trenta giorni, cui è legato, a pena di decadenza, il potere dell’Amministrazione di verificare l’esistenza dei presupposti per il ricorso alla D.I.A. ed il connesso potere di inibire l’esecuzione di tale intervento. Sul piano normativo della qualificazione degli interessi, solo il denunciante deve ritenersi legittimato a contestare l’eventuale esercizio del potere inibitorio, vuoi per motivi formali (decadenza dal termine), vuoi sul piano sostanziale (sussistenza dei presupposti), mentre sul piano pratico poco rileva se la fattispecie dia luogo, con la scadenza del predetto termine, ad un titolo abilitativo tacito ovvero al consolidarsi degli effetti di un semplice atto di iniziativa di parte.

All’esercizio del potere inibitorio resta invece estraneo il terzo che si oppone alla esecuzione dell’intervento, perché la norma sulla denuncia di inizio attività non prende formalmente in considerazione la sua posizione per qualificarla in senso legittimante. Tuttavia, una volta decorso il termine di trenta giorni senza l’esercizio del potere inibitorio, il terzo deve ritenersi legittimato a chiedere al Comune di porre in essere i provvedimenti sanzionatori degli abusi edilizi previsti dal testo unico in materia edilizia, così come accade nel caso di interventi eseguiti sine titulo (Cons. Stato, Sez. VI, 4 giugno 2004, n. 3485), perché l’art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001 configura l’esercizio del generale potere di controllo delle attività edilizie come doveroso. Ne consegue che in caso di inerzia dell’Amministrazione, la tutela del terzo passa necessariamente attraverso la procedura disciplinata dall’art. 21 bis della legge n. 1034/1971, fermo restando che tale procedura non può avere come riferimento l’esercizio del potere inibitorio dell’Amministrazione perché il giudice non può evidentemente costringere l’Amministrazione a esercitare un potere da cui è decaduta, bensì il generale potere repressivo degli abusi edilizi che non soggiace ad alcun termine di decadenza.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, Sezione quarta, con l’intervento dei signori Magistrati:

Eduardo Pugliese                                               Presidente

Renata Emma Ianigro                                         Primo Referendario

Carlo Polidori                                                      Referendario - estensore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul  ricorso n. 7813/2005  proposto dai signori PAPA Antonio Luciano, CIPULLO Teresa, CANTIELLO Salvatore, CALIFANO Guerino, DE GREGORIO Teresa, DE GENNARO Antonio, DE GENNARO Giuseppe, PORPORA Concetta, RAIMONDO Emilia, DE GENNARO Carlo, SILVERIO Luisa, DIANA Paolo Giovanni, VITOLO Fausta Anna, tutti rappresentati e difesi dall’avvocato Giampietro Pirozzi, con il quale sono elettivamente domiciliati in Napoli, via Caravaggio n. 70/B, presso lo studio dell’avvocato Antonio Pisciotta,

CONTRO

il Comune di San Tammaro, in persona dei Commissari straordinari Vincenzo Lubrano, Cosimo Facchiano e Fernando Mone, rappresentati e difesi dall’avvocato Luigi Rispoli, con il quale sono elettivamente domiciliati in Napoli, Piazza Trieste e Trento n. 48, e

NEI CONFRONTI

del signor Sergio Di Rienzo, rappresentato e difeso dall’avvocato Giuseppe Palma, con il quale è elettivamente domiciliato  in Napoli, viale Gramsci n. 10,

PER L’ACCERTAMENTO

dell’illegittimità del silenzio serbato dall’Amministrazione comunale sulla diffida, notificata dai  ricorrenti in data 3 agosto 2005, ad inibire la realizzazione, da parte del signor Sergio Di Rienzo, dell’intervento illegittimamente assentito con la D.I.A.n. 3727 del 24 maggio 2005, costituito dalla costruzione di un muro su via Enrico Fermi, nonché dell’inesistenza dei presupposti per realizzazione di tale intervento edilizio mediante D.I.A., e

PER LA CONDANNA

dell’Amministrazione resistente a provvedere sulla predetta diffida;

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio dell’Amministrazioni resistenti e del signor Di Rienzo Sergio;

Visti tutti gli atti della causa;

Uditi alla camera di consiglio del 22 febbraio 2006 i difensori delle parti presenti, come da separato verbale;

Relatore il Referendario Carlo Polidori;

Ritenuto in fatto e considerato diritto quanto segue:

FATTO

1.             Con atto di diffida notificato a mezzo posta in data 3 agosto 2005 i ricorrenti, tutti proprietari di unità immobiliari site nel Comune di San Tammaro, via Enrico Fermi,  hanno  rappresentato all’Amministrazione comunale il pregiudizio ad essi derivante dall’intervento edilizio illegittimamente assentito con la D.I.A. n. 3727 del 24 maggio 2005, avente ad oggetto la costruzione di un muro di recinzione che impedisce l’accesso su via Enrico Fermi dalla via Appia, ed hanno richiesto all’Amministrazione di “adottare in autotutela gli atti necessari per ripristinare lo stato dei luoghi con l’eliminazione del titolo illegittimamente assentito, così come previsto dalla legge n. 80 del 14.5.2005” e di poter accedere agli atti del procedimento.

                Tuttavia tale diffida non ha avuto alcun riscontro nel termine di trenta giorni dal suo ricevimento e quindi i ricorrenti, con atto ritualmente notificato in data 8 novembre 2005 e depositato in data 15 novembre 2005, hanno chiesto di accertare l’illegittimità del silenzio serbato Comune di San Tammaro sulla predetta diffida e l’inesistenza dei presupposti per la  realizzazione dell’intervento edilizio in questione mediante D.I.A., con conseguente accertamento dell’obbligo (rectius condanna) dell’Amministrazione a provvedere agli adempimenti necessari per ripristinare lo stato dei luoghi.

                In particolare i ricorrenti sostengono che per accedere alle loro abitazioni si sono serviti da tempo immemorabile di via Enrico Fermi, una strada di collegamento con la via Appia costruita, asfalta, illuminata e munita di segnaletica stradale dall’Amministrazione comunale, e che il predetto muro, costruito dal signor Sergio Di Rienzo, titolare  di un impianto di distribuzione di carburanti, impedisce loro l’accesso a via Enrico Fermi dalla via Appia.  Quindi deducono che non è stato consentito l’accesso agli atti del procedimento relativo alla D.I.A. e che l’illegittimità del silenzio dell’Amministrazione sulla predetta diffida discende dal fatto che l’intervento edilizio de quo ha determinato una trasformazione del territorio di rilevantissima entità, non solo dal punto di vista edilizio, perché la realizzazione di un muro di cemento armato, secondo la giurisprudenza, non rientra tra gli interventi edilizi sottoposti al regime della D.I.A., ma anche dal punto di vista urbanistico, perché con la costruzione del muro è stata eliminata una strada di collegamento con la via Appia, e quindi risulta permanentemente modificata la rete stradale.

2.             L’Amministrazione resistente nel costituirsi in giudizio, con memoria depositata in data 17 febbraio 2006, ha evidenziato che la realizzazione del muro di recinzione è stata oggetto di una specifica prescrizione dell’ANAS, quale ente preposto alla tutela della strada sulla quale affaccia l’impianto di distribuzione di carburanti, ed ha sollevato molteplici eccezioni di inammissibilità del ricorso. In particolare viene eccepita la carenza di legittimazione e di interesse ad agire dei ricorrenti, i quali non avrebbero dimostrato la titolarità di un interesse giuridicamente meritevole di tutela, né l’esistenza di una concreta lesione cagionata dall’Amministrazione.

Un ulteriore motivo di inammissibilità discende poi dal fatto che all’Amministrazione non sarebbe ascrivibile alcun comportamento inerte, perché la D.I.A. presentata  dal signor Sergio Di Rienzo è stata oggetto della prescritta attività di controllo, come risulta dalla nota n. 4482 del 23 giugno 2005, con la quale l’interessato è stato diffidato dall’intraprendere i lavori a causa della mancanza del parere dell’ANAS, e dalla successiva nota n. 4717 del 1° luglio 2005, con la quale si è preso atto dell’integrazione documentale prodotta dall’interessato e si è quindi provveduto ad annullare la predetta diffida.

Infine viene eccepita la tardività del presente ricorso evidenziando che, in conformità alle vigenti disposizioni del D.P.R. 380/2001 e della legge n. 241/1990 che attribuiscono espressamente all’Amministrazione il potere di autotutela, la D.I.A. deve essere considerata come un atto autonomamente impugnabile. Pertanto i ricorrenti avrebbero dovuto tempestivamente impugnare la D.I.A. presentata dal signor Di Rienzo o, quantomeno, il provvedimento di assenso formatosi per effetto della D.I.A. e della suddetta nota n. 4717 del 23 giugno 2005.

Nel merito l’Amministrazione eccepisce l’infondatezza del ricorso, evidenziando che la costruzione del muro corrisponde all’esigenza di recintare l’impianto di distribuzione di carburanti gestito dal signor Di Rienzo, in ottemperanza ad un’apposita prescrizione dell’ANAS, e che tale intervento edilizio è stato correttamente assoggettato al regime della D.I.A., perché trattasi di un’opera di scarsa consistenza (recinzione), che costituisce un mero accessorio di un manufatto già esistente (l’impianto di distribuzione di carburanti).

3.             Il signor Di Rienzo si è costituito in giudizio in data 20 dicembre 2005 e con memoria depositata il 18 febbraio 2005 ha eccepito anch’egli l’inammissibilità del ricorso per carenza di interesse ad agire. In particolare il controinteressato deduce che l’eventuale demolizione del muro in questione non consentirebbe comunque ai ricorrenti il transito sul tratto terminale di via Enrico Fermi perché il transito è comunque ostruito dal marciapiede già realizzato dal Comune e perché tale strada insiste su un’area demaniale, che costituisce oggetto di un’apposita concessione in suo favore, sicché egli ha certamente titolo per inibire a chiunque il transito su tale strada.

                Nel merito il controinteressato eccepisce altresì l’infondatezza del ricorso, evidenziando che l’intervento edilizio de quo non comporta alcuna trasformazione urbanistica ed edilizia della zona, sia perché il Comune ha provveduto a realizzare nelle vicinanze un’ampia strada che consente ai ricorrenti un agevole accesso alle rispettive abitazioni, sia perché trattasi di un’opera a carattere pertinenziale, non suscettibile di autonoma utilizzabilità economica e funzionale, mentre non assume autonoma rilevanza “il fatto che il muro si snodi, nella specie, per un’altezza lievemente superiore a quella indicata dalla legge”.

 4.            All’udienza del 22 febbraio 2006 la causa è stata assunta in decisione dal Collegio.

DIRITTO

1.             In via preliminare occorre procedere all’esame delle eccezioni di inammissibilità del ricorso in esame, sollevate dal Comune di San Tammaro e dal controinteressato e, a tale scopo, si rende innanzi tutto necessaria una disamina della controversa questione della tutela del terzo che subisca una lesione per effetto della realizzazione dell’intervento edilizio oggetto della  denuncia di inizio attività.

                Secondo il prevalente orientamento giurisprudenziale del Giudice d’Appello (Cons. Stato, Sez. IV, 22 luglio 2005, n. 3916), formatosi alla luce della disciplina speciale dell’istituto dettata dal testo unico in materia edilizia e di quella generale vigente prima delle modifiche apportate all’art. 19 della legge n. 241/1990 dall’art. 3 del decreto legge n. 35/2005, una corretta impostazione di tale questione non è condizionata dal complesso dibattito sviluppatosi intorno alla natura della D.I.A., perché ciò che conta è distinguere tra due autonomi rapporti: quello tra il denunciante e l’Amministrazione e quello tra l’Amministrazione ed il controinteressato.

Nei rapporti tra denunciante e amministrazione, la denuncia di inizio attività si pone come atto di parte, che consente al privato di realizzare un determinato intervento edilizio a seguito dell’inutile decorso di un termine di trenta giorni, cui è legato, a pena di decadenza, il potere dell’Amministrazione di verificare l’esistenza dei presupposti per il ricorso alla D.I.A. ed il connesso potere di inibire l’esecuzione di tale intervento. Sul piano normativo della qualificazione degli interessi, solo il denunciante deve ritenersi legittimato a contestare l’eventuale esercizio del potere inibitorio, vuoi per motivi formali (decadenza dal termine), vuoi sul piano sostanziale (sussistenza dei presupposti), mentre sul piano pratico poco rileva se la fattispecie dia luogo, con la scadenza del predetto termine, ad un titolo abilitativo tacito ovvero al consolidarsi degli effetti di un semplice atto di iniziativa di parte.

All’esercizio del potere inibitorio resta invece estraneo il terzo che si oppone alla esecuzione dell’intervento, perché la norma sulla denuncia di inizio attività non prende formalmente in considerazione la sua posizione per qualificarla in senso legittimante. Tuttavia, una volta decorso il termine di trenta giorni senza l’esercizio del potere inibitorio, il terzo deve ritenersi legittimato a chiedere al Comune di porre in essere i provvedimenti sanzionatori degli abusi edilizi previsti dal testo unico in materia edilizia, così come accade nel caso di interventi eseguiti sine titulo (Cons. Stato, Sez. VI, 4 giugno 2004, n. 3485), perché l’art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001 configura l’esercizio del generale potere di controllo delle attività edilizie come doveroso. Ne consegue che in caso di inerzia dell’Amministrazione, la tutela del terzo passa necessariamente attraverso la procedura disciplinata dall’art. 21 bis della legge n. 1034/1971, fermo restando che tale procedura non può avere come riferimento l’esercizio del potere inibitorio dell’Amministrazione perché il giudice non può evidentemente costringere l’Amministrazione a esercitare un potere da cui è decaduta, bensì il generale potere repressivo degli abusi edilizi che non soggiace ad alcun termine di decadenza.

Tale ricostruzione tuttavia lascia aperto il problema di stabilire se, a seguito della presentazione della D.I.A. e dell’inutile decorso del termine di trenta giorni, l’adozione di provvedimenti sanzionatori degli abusi edilizi abbia carattere vincolato o debba piuttosto avvenire alla stregua dei principi  generali in  materia di autotutela. Infatti, secondo una parte della giurisprudenza (Cons. Stato, Sez. VI, 4 settembre 2002, n. 4453), nel caso in esame l’Amministrazione deve valutare anche l’affidamento ingeneratosi in capo al privato per effetto del decorso del termine perentorio per l’esercizio del potere inibitorio, sicché l’esercizio del potere sanzionatorio non può ritenersi del tutto vincolato.

A tale orientamento si contrappone quello che invece esclude qualsiasi rilevanza dell’affidamento del privato, sia per la mancanza di un vero e proprio provvedimento amministrativo che possa ingenerare un legittimo affidamento, sia per la difficoltà di ipotizzare una tutela per il terzo basata sul ricorso avverso il silenzio in presenza di un potere sanzionatorio a carattere discrezionale.

2.             In ogni caso,  tale ricostruzione deve oggi essere riesaminata alla luce della nuova disciplina generale della D.I.A., introdotta dall’art. 3 del decreto legge n. 35/2005, convertito dalla legge n. 80/2005. Infatti il testo vigente dell’art. 19, comma 3, della legge n. 241/1990, pur continuando a prevedere la possibilità che l’Amministrazione inibisca l’attività oggetto della D.I.A. nel ristretto termine di trenta giorni dal ricevimento della dichiarazione, fa espressamente salvo il diverso potere dell’Amministrazione di “assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21 quinquies e 21 nonies”.

Tale esplicito riferimento all’esercizio del potere di autotutela ha indotto una parte della giurisprudenza (T.A.R. Abruzzo Pescara, 1° settembre 2005, n. 494) a ritenere che il legislatore abbia inteso qualificare la D.I.A. come un atto abilitativo tacito formatosi a seguito della denuncia del privato e del conseguente comportamento inerte tenuto  dall’Amministrazione. Pertanto, secondo la nuova disciplina, questo provvedimento tacito, ove non conforme alla normativa vigente, può essere revocato o annullato dal Comune solo nell’ipotesi in cui ricorrano i presupposti previsti dagli articoli 21 quinquies e 21 nonies della legge n. 241/1990, mentre in assenza di  annullamento o revoca, non  è possibile assumere provvedimenti sanzionatori se le opere realizzate risultano conformi agli atti progettuali allegati alla denuncia di inizia attività.

Ciò posto, secondo i Giudici abruzzesi, non è condivisibile la suesposta ricostruzione del sistema della D.I.A. prospettata dal Giudice d’Appello, perché postula una sostanziale equiparazione tra l’attività edilizia iniziata dal privato senza alcun titolo abilitativo e quella iniziata a seguito della denuncia di inizio di attività, senza tener conto del fatto che, a differenza di quanto accade nel caso di opere realizzate sine titulo, nell’attività edilizia iniziata a seguito della D.I.A. il mancato esercizio, nel termine perentorio, del potere inibitorio da parte dell’Amministrazione genera un affidamento nel soggetto che ha iniziato tale attività. Pertanto la tesi secondo la quale il denunciante, pur avendo realizzato delle opere in conformità agli atti progettuali allegati alla D.I.A., può in ogni momento vedersi applicare misure sanzionatorie, anche su richiesta di terzi, si pone in contrasto con il principio della certezza delle situazioni giuridiche e con la stessa  ratio ispiratrice dell’istituto della D.I.A, che è proprio quella di liberalizzare le attività edilizie aventi un minore impatto sul  del territorio con l’attribuzione in capo all’Amministrazione del solo potere di verifica da esercitarsi entro un termine perentorio previsto dalla legge. Inoltre la tesi secondo la quale la tutela del terzo passa necessariamente attraverso la procedura disciplinata dall’art. 21 bis della legge n. 1034/1971 sembra porsi in contrasto con il principio dell’effettività della tutela giurisdizionale dei terzi, perché costoro non possono in alcun modo impedire la realizzazione dell’intervento edilizio, ma solo tutelare le proprie ragioni a posteriori, ossia dopo la concreta edificazione dell’opera lesiva dei loro interessi.

Si impone quindi, secondo i Giudici abruzzesi, una ricostruzione alternativa degli strumenti di tutela del terzo danneggiato dall’intervento edilizio oggetto della  denuncia di inizio attività, perché l’eventuale provvedimento sanzionatorio deve essere preceduto dall’annullamento o dalla revoca del provvedimento implicito, ma il terzo non può comunque diffidare l’Amministrazione ad assumere tali provvedimenti di secondo grado. Infatti, secondo un a consolidata giurisprudenza (Cons. Stato, Sez. IV, 10 novembre 2003, n. 7136), l’Amministrazione non ha alcun obbligo di pronunciarsi sulla diffida del privato finalizzata alla adozione di un provvedimento di annullamento di ufficio o di revoca, stante l’ampia discrezionalità che connota l’esercizio del potere di autotutela. Pertanto, non potendosi ammettere che l’introduzione dell’istituto della D.I.A. abbia inciso sul principio della effettività della tutela giurisdizionale del terzo, si deve ritenere che, qualora l’Amministrazione non eserciti d’ufficio i propri poteri di autotutela, il terzo possa adire  direttamente il giudice amministrativo, “affinché adotti le misure, previste dal sistema, volte a non far realizzare le opere non consentite, ovvero rilevi l’obbligo dell’Amministrazione di esercitare il potere di rimozione delle opere realizzate senza titolo (con la possibilità che in sede cautelare sia sospesa l’attività edilizia, col conseguente obbligo di conformazione dell’Amministrazione o del commissario in sua vece nominato)”.

                Altra parte della giurisprudenza (T.A.R. Campania Napoli, Sez. II, 3 febbraio 2006, n. 1506) ha invece mantenuto ferma l’impostazione secondo la quale la tutela del terzo passa necessariamente attraverso il ricorso avverso il silenzio dell’Amministrazione, evidenziando che tale impostazione risulta indirettamente confermata proprio dalla nuova disciplina dell’art. 19 legge 241/1990.  In particolare è stata ribadita  la necessità di tenere distinta la specifica funzione di controllo della denuncia di inizio attività prevista dall’art. 23, comma 6, del D.P.R. n. 380/2001, da esercitare nel termine di trenta giorni dalla presentazione della denuncia, dalla generale funzione di controllo sulle attività di trasformazione edilizie del territorio prevista dall’art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001 e non sottoposta a termine di decadenza, fermo restando che, laddove sia trascorso molto tempo dall’ultimazione dei lavori, nella motivazione del provvedimento sanzionatorio occorre specificare l’interesse pubblico, concreto ed attuale, perseguito e la prevalenza di tale interesse rispetto all’affidamento ingenerato nel privato dalla mancata adozione di un provvedimento inibitorio nel termine di legge.

                Infine si deve dare atto dell’orientamento (T.A.R. Lombardia Milano, Sez. II, 17 ottobre 2005, n. 3819) secondo il quale le novità introdotte dall’art. 3 del decreto legge n. 35/2005 non riguardano la D.I.A. in materia edilizia perchè l’art. 19, comma 4, della legge n. 241/1990 fa espressamente salve le discipline di settore. Secondo tale impostazione il moltiplicarsi della normativa sulla D.I.A. ha portato ad una vera e propria frantumazione dell’istituto in parola in una pluralità di istituti diversi, ciascuno dei quali assoggettato ad un regime più o meno peculiare, sicché in materia edilizia si deve aver riguardo soltanto alla disciplina dettata dagli articoli 22 e seguenti del D.P.R. n. 380/2001.

3.             Questa Sezione  ha già affrontato in passato tali delicate questioni (T.A.R. Campania, Sez. IV, 17 giugno 2004, n. 9530; 2 dicembre 2004, n. 18030), pervenendo alla conclusione che la D.I.A. debba essere qualificata come una mera dichiarazione del privato alla quale, in presenza delle condizioni previste dalla legge, l’ordinamento riconosce effetti tipici  corrispondenti a quelli propri del permesso di costruire, ossia l’abilitazione all’esecuzione dell’intervento edilizio progettato.

Dalla mancanza di un provvedimento autorizzatorio si è quindi desunto, in conformità al prevalente orientamento del Consiglio di Stato (Cons. Stato, Sez. IV, n. 3916/2005 cit.), che la D.I.A. non è soggetta ad impugnazione da parte di terzi, né ad annullamento d’ufficio da parte dell’Amministrazione, e si è posto altresì in evidenza (T.A.R. Campania, Sez. IV,  n. 18030/2004 cit.) che  tale affermazione non è stata smentita neppure dalle novità introdotte dal D.L.gs. n. 301/2002 e, in particolare, dagli argomenti letterali desumili dall’art. 38, comma 2 bis e dall’art. 39, comma 5 bis del D.P.R. n. 380/2001, in forza dei quali risulta estesa agli interventi realizzati con D.I.A. sia la disciplina degli interventi eseguiti in base a permesso annullato (il che presuppone evidentemente che la D.I.A. costituisca un titolo suscettibile di annullamento), sia la possibilità di annullamento straordinario da parte della Regione. Infatti queste disposizioni, a ben vedere, si riferiscono entrambe soltanto alle fattispecie contemplate nell’art. 22, comma 3, del D.P.R. n. 380/2001, cioè trovano applicazione solo nel caso di denuncia presentata in alternativa al permesso di costruire (c.d. super D.I.A). Ne discende che tali disposizioni non contengono alcun principio generale, automaticamente estensibile a tutte le fattispecie sottoposte al regime della D.I.A. e, quindi, non sono decisive per affermare che la denuncia costituisca un titolo edilizio impugnabile ed annullabile.   

In conformità con tali premesse, questa Sezione ha quindi affermato che l’Amministrazione, una volta decorso il termine perentorio di trenta giorni, può comunque esercitare in ogni tempo il suo generale potere di controllo sulle attività  edilizie  (trattandosi di un potere per il quale l’art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001 non prevede un termine di decadenza), sia quando le opere in via di realizzazione o già realizzate non corrispondano a quelle oggetto della denuncia, sia quando tali opere non possano essere realizzate in base una semplice D.I.A. perché subordinate  al rilascio del permesso di costruire.

4.             Si impone a questo punto all’attenzione del Collegio il problema di stabilire se  la nuova disciplina introdotta dall’art. 3 del decreto legge n. 35/2005 possa trovare applicazione anche alla D.I.A. in materia edilizia.

Come già evidenziato in precedenza, la soluzione negativa è stata sostenuta in giurisprudenza  (T.A.R. Lombardia Milano, Sez. II, 17 ottobre 2005, n. 3819) facendo leva essenzialmente sull’art. 19, comma 4, della legge n. 241/1990.

Tale opzione interpretativa non può essere condivisa perché l’art. 19, comma 4, della legge n. 241/1990 - nel precisare che  “restano ferme le disposizioni di legge vigenti che prevedono termini diversi da quelli di cui ai commi 2 e 3 per l’inizio dell’attività e per l’adozione da parte dell’amministrazione competente di provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione dei suoi effetti” - si limita a fare applicazione del principio di specialità, in forza del quale lex posterior generalis non derogat legi priori speciali. Pertanto, in ossequio al principio di specialità, si deve ritenere che - mancando nel  D.P.R. n. 380/2001 una specifica disciplina del potere di sanzionare le opere realizzate in conformità agli atti progettuali allegati alla denuncia di inizia attività, ma sottoposte al diverso regime del permesso di costruire - alla D.I.A. in materia edilizia sia applicabile la disciplina generale dettata dell’art. 19, comma 3, della legge 241/1990 nella parte in cui fa espressamente salvo il potere dell’Amministrazione di “assumere determinazioni in via di autotutela, ai sensi degli articoli 21 quinquies e 21 nonies”.

5.             Stante quanto precede si deve inevitabilmente verificare in che cosa consista tale potere dell’Amministrazione di “assumere determinazioni in via di autotutela”.

Si è già detto che secondo parte della giurisprudenza (T.A.R. Abruzzo Pescara, n. 494/2005 cit.) trattasi del potere di disporre l’annullamento d’ufficio o la revoca del provvedimento implicito formatosi a seguito della denuncia del privato e del successivo comportamento inerte tenuto dall’Amministrazione.

Neppure tale opzione interpretativa, a giudizio del Collegio, può essere condivisa perché, se il legislatore avesse realmente inteso riferirsi alla c.d. autotutela decisoria, ossia al potere dell’Amministrazione di riesaminare unilateralmente le proprie precedenti determinazioni sotto il profilo della validità e dell’efficacia,  avrebbe fatto un esplicito riferimento alla revoca e  all’annullamento d’ufficio, cioè ai provvedimenti di secondo grado indicati nelle rubriche degli articoli 21 quinquies e 21 nonies della legge n. 241/1990. Inoltre tale orientamento parte dal presupposto, non adeguatamente dimostrato, che il legislatore abbia inteso qualificare la D.I.A. come un atto abilitativo tacito, mentre in realtà la D.I.A. non è altro che una comunicazione preventiva del privato che non vale né come provvedimento amministrativo, né come titolo lato sensu abilitativo, perché la legittimazione ad eseguire l’intervento edilizio oggetto di tale comunicazione deriva direttamente dalla legge. Né tali conclusioni possono essere messe in discussione evidenziando che il provvedimento tacito è frutto di una fattispecie complessa nella quale concorrono la comunicazione del privato e il mancato esercizio del potere inibitorio nel termine di trenta giorni, perché tale potere inibitorio non può essere confuso con un potere abilitativo che la legge non prevede affatto.

Ciò posto si deve ritenere che la vera portata innovativa dell’art. 19, comma 3, della legge n. 241/1990 non vada colta nel generico riferimento al potere dell’Amministrazione di “assumere determinazioni in via di autotutela”, ma nell’esplicito rinvio agli articoli 21 quinquies e 21 nonies21 nonies della legge n. 241/1990 “il provvedimento amministrativo illegittimo ai sensi dell’articolo 21 octies può essere annullato d’ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati, dall’organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge”, e che tale disposizione recepisce una consolidata giurisprudenza (ex multis, T.A.R. Trentino Alto Adige Bolzano, 10 giugno 2004, n. 293), condivisa anche da questa Sezione (T.A.R. Campania, Napoli, Sez. IV, 5 agosto 2004, n. 11074), secondo la quale ogniqualvolta la posizione del destinatario del titolo abilitativo si sia consolidata (ad esempio perché l’annullamento d’ufficio interviene a notevole distanza di tempo dal rilascio del titolo illegittimo), suscitando un affidamento sulla legittimità del titolo stesso, l’esercizio del potere di autotutela è subordinato alla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale all’annullamento, diverso da quello al mero ripristino della legalità violata e comunque prevalente sull’interesse del privato alla conservazione del titolo illegittimo. della legge n. 241/1990, che disciplinano puntualmente i presupposti cui è subordinato l’esercizio del potere di autotutela. Occorre infatti rammentare, per quanto di più stretto interesse in questa sede, che in base all’art.

Ne consegue, da un lato,  che l’art. 19, comma 3, della legge n. 241/1990 non mette in crisi il prevalente orientamento giurisprudenziale (Cons. Stato, Sez. IV, n. 3916/2005 cit.), secondo il quale la tutela del terzo passa necessariamente attraverso il ricorso avverso l’inerzia dell’Amministrazione nell’esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi e, dall’altro, che la reale portata innovativa della disposizione in esame consiste proprio nell’aver attribuito piena rilevanza all’affidamento ingeneratosi nel denunciante per effetto del mancato esercizio del potere inibitorio dell’Amministrazione nel termine perentorio previsto dalla legge, sicché in presenza di un legittimo affidamento l’esercizio del potere sanzionatorio degli abusi edilizi  non può più ritenersi del tutto vincolato.

Né può ritenersi che vi siano difficoltà nell’ipotizzare una tutela per il terzo basata sul ricorso avverso il silenzio in presenza di un potere sanzionatorio a carattere discrezionale, in ragione del richiamato orientamento giurisprudenziale (Cons. Stato, Sez. IV, n. 7136/2003), secondo il quale l’Amministrazione non ha alcun obbligo di pronunciarsi sull’atto di diffida del privato finalizzato all’esercizio del potere di autotutela. Occorre infatti distinguere l’obbligo dell’Amministrazione di procedere, a seguito della diffida del terzo che abbia subito una lesione per effetto della realizzazione dell’intervento edilizio oggetto della  denuncia di inizio attività, dalla decisione finale su tale diffida, perché il carattere discrezionale di tale decisione (in presenza di un legittimo affidamento del denunciante) non esclude affatto l’esistenza dell’obbligo di procedere, che discende direttamente dall’art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001.

6.             Poste tali premesse il vero problema derivante dall’applicazione della disciplina introdotta dall’art. 3 del decreto legge n. 35/2005 consiste nell’individuare i casi in cui sussista in capo al denunciante un affidamento meritevole di tutela e quelli in cui sussista in capo al terzo un interesse a ricorrere avverso l’inerzia dell’Amministrazione.

                  La prima ipotesi da esaminare è quella in cui le opere realizzate risultino difformi  da quelle descritte nella relazione e negli elaborati progettuali allegati alla D.I.A.  In questo caso non vi è alcun affidamento da tutelare, perché l’istituto della D.I.A. presuppone che le opere realizzate corrispondano perfettamente a quelle oggetto della comunicazione indirizzata all’Amministrazione, e quindi le opere realizzate in difformità dalla  D.I.A. devono essere equiparate tout court alle opere realizzate sine titulo. Tuttavia, se tali opere rientrano tra le tipologie di interventi edilizi assoggettate al regime della D.I.A., trova applicazione l’art. 37, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001 che non prevede la sanzione demolitoria,  ma solo l’irrogazione di una sanzione pecuniaria al responsabile dell’abuso e, quindi, si deve ritenere che il terzo non abbia alcun interesse a stimolare l’esercizio del potere sanzionatorio.

Ben diversa è l’ipotesi in cui le opere realizzate in difformità dalla D.I.A. rientrino tra gli interventi edilizi assoggettati al regime del permesso di costruire. Infatti, trattandosi di opere realizzate in assenza del permesso di costruire, trova applicazione l’art. 31, comma 2, del D.P.R. n. 380/2001, che prevede l’adozione di un ordine di demolizione, e quindi non vi è dubbio che il terzo abbia interesse a stimolare l’esercizio del potere sanzionatorio, fermo restando che anche in questo caso non vi è alcun affidamento da tutelare.

Ne consegue che la sola ipotesi in cui possono insorgere affidamenti meritevoli di tutela è quella in cui le opere realizzate corrispondano perfettamente a quanto indicato nella D.I.A., ma rientrino tra  le tipologie di interventi edilizi assoggettate al regime del permesso di costruire. Anche in questo caso, trattandosi di opere abusive per le quali è prevista la demolizione, non vi è dubbio che il terzo abbia interesse a stimolare l’avvio del procedimento finalizzato all’irrogazione di tale sanzione. Tuttavia tale procedimento non ha un esito obbligato. Infatti, se  l’Amministrazione ritiene che la tutela dell’affidamento del denunciante debba prevalere sull’interesse pubblico concreto ed attuale alla rimozione dell’opera abusiva (ad esempio perché il procedimento è stato avviato a notevole distanza di tempo dalla scadenza del termine perentorio entro il quale deve essere esercitato il potere inibitorio e sussistono incertezze sull’assoggettamento dell’intervento edilizio al regime del permesso di costruire), il procedimento può concludersi senza l’adozione dell’ordine di demolizione. 

7.             La diversa natura del potere sanzionatorio de quo - vincolato nel caso di opere realizzate in difformità  rispetto alla D.I.A. e discrezionale nel caso di opere realizzate in conformità alla D.I.A. - impone un’ulteriore riflessione sui limiti entro i quali il giudice amministrativo, nell’ambito della procedura prevista dall’art. 21 bis della legge n. 1034/1971, può conoscere della fondatezza della diffida presentata del terzo che si ritenga leso dalla realizzazione dell’intervento edilizio.

                Com’è noto, prima delle modifiche apportate all’art. 2 delle legge n. 241/1990 dalla legge n. 15/2005 e dalla legge n. 80/2005,  la giurisprudenza era ferma nel ritenere che il giudizio disciplinato dall’art. 21 bis della legge n. 1034/1971 fosse diretto esclusivamente ad accertare se il silenzio serbato dall’ Amministrazione sull’istanza del privato violasse o meno l’obbligo di adottare il provvedimento richiesto e che non fosse quindi possibile compiere alcun accertamento sulla fondatezza della pretesa sostanziale del ricorrente (Cons. Stato, Ad. Plen., 9 gennaio 2002, n. 1; Sez. VI, 27 giugno 2005, n. 3424).

                Il testo vigente dell’art. 2, comma 5, della legge n. 241/1990 prevede invece che  “il giudice amministrativo può conoscere della fondatezza dell’istanza” del privato, ma non chiarisce a quali condizioni ed entro quali limiti il giudice debba esercitare tale potere.

Secondo il Collegio, tale disposizione non può essere interpretata nel senso che il giudice possa sempre e comunque decidere sulla fondatezza della pretesa, perché tale affermazione da un lato si porrebbe in palese contrasto con il principio della domanda e dall’altro determinerebbe un vero stravolgimento dei rapporti tra il giudice e l’Amministrazione, regolati dal  principio della separazione dei rispettivi poteri. Si deve quindi ritenere che la previsione dell’art. 2, comma 5, della legge n. 241/1990 sia destinata a trovare applicazione soltanto in presenza di un’apposita domanda e soltanto nei casi in cui l’inerzia dell’Amministrazione si riferisca ad un’attività vincolata e che, di converso, laddove vi sia discrezionalità, sia amministrativa che tecnica, il giudice debba limitarsi accertare se il silenzio dell’Amministrazione violi o meno l’obbligo di adottare un provvedimento espresso sull’istanza del privato (T.A.R. Lazio, Sez. I quater, 11 luglio 2005, n. 5586;  T.A.R., Toscana, Sez. I, 22 giugno 2005, n. 3044; T.A.R. Veneto, Sez. III, 14 ottobre 2005, n. 3680).

Del resto, la necessità di limitare ai casi di attività vincolata la possibilità che il   giudizio sul silenzio assuma i caratteri del giudizio sul rapporto trova una significativa conferma nella disciplina dell’annullabilità del provvedimento amministrativo introdotta dall’art. 21 octies della legge n. 241/1990, secondo il quale “non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il provvedimento amministrativo non è comunque annullabile per mancata comunicazione dell’avvio del procedimento qualora l’amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.

Infatti la diversa portata delle due previsioni in cui si articola la disposizione in esame (portata generale per la prima disposizione, che si riferisce ad ogni violazione delle norme sul procedimento o sulla forma degli atti, e speciale per la seconda, che riguarda soltanto la violazione dell’art. 7 della legge n. 241/1990) dipende proprio dal fatto che la prima è destinata a trovare applicazione in caso di attività vincolata, mentre la seconda parte si riferisce (seppure  implicitamente) all’attività discrezionale. Risulta quindi evidente che in caso di attività vincolata, per effetto della generalizzata “dequotazione” dei vizi formali,  il giudice conosce della legittimità complessiva del provvedimento ossia - volendo utilizzare una formula ancora più esplicita - che l’oggetto del processo amministrativo non è più costituito dalla legittimità del provvedimento, ma dal rapporto pubblicistico (T.A.R. Campania, Salerno, Sez.  I, 4 maggio 2005, n. 760; T.A.R. Abruzzo, Pescara, 13 giugno 2005, n. 394).

Applicando tali regole al giudizio promosso dal terzo che si ritenga pregiudicato dall’intervento edilizio oggetto della denuncia di inizio attività, si deve ritenere che il giudice amministrativo possa conoscere della fondatezza dell’istanza finalizzata a stimolare l’esercizio del potere sanzionatorio soltanto laddove le opere realizzate risultino difformi dalla D.I.A. e rientrino tra gli interventi edilizi assoggettati al regime del permesso di costruire, perchè in questo caso non vi è alcun affidamento da tutelare e quindi l’esercizio del potere sanzionatorio è tout court vincolato. Invece qualora le opere realizzate, seppur ricomprese tra gli interventi edilizi assoggettati al regime del permesso di costruire, corrispondano perfettamente a quelle indicate nella relazione e negli elaborati progettuali allegati alla D.I.A., l’esercizio del potere sanzionatorio assume  carattere discrezionale, perché l’Amministrazione deve tener conto dell’eventuale affidamento ingeneratosi nel denunciante, e quindi  il giudice deve limitarsi accertare se il silenzio dell’Amministrazione violi o meno l’obbligo di adottare un provvedimento esplicito sulla diffida presentata dal terzo.

8.             Passando ora alla fattispecie concreta sottoposta all’esame del Collegio, si deve innanzi tutto evidenziare che  il ricorso è stato correttamente proposto, ai sensi  dall’art. 21 bis della legge n. 241/1990, avverso il silenzio serbato dall’Amministrazione comunale sull’atto di diffida notificato il 3 agosto 2005 e quindi risulta infondata l’eccezione di inammissibilità del gravame per tardività.  Infatti tale eccezione  parte dal presupposto - non condivisibile, alla stregua di quanto si è detto - che i ricorrenti avrebbero dovuto  impugnare, nel termine perentorio di sessanta giorni, la D.I.A. presentata dal signor Di Rienzo o quantomeno la nota n. 4717 del 1° luglio 2005, con la quale è stato annullata la diffida a non intraprendere i lavori di cui alla precedente nota n. 4482 del 23 giugno 2005.

                Analoghe considerazioni valgono per l’eccezione di inammissibilità incentrata sul difetto di legittimazione dei ricorrenti. Infatti l’obbligo dell’Amministrazione comunale di provvedere sull’atto di diffida notificato dai ricorrenti discende direttamente dall’art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001, sicché costoro devono senz’altro ritenersi legittimati ad agire in giudizio avverso il silenzio serbato dall’Amministrazione sulla predetta istanza.

9.             Quanto alle eccezioni di inammissibilità del ricorso per difetto di interesse ad agire,  l’Amministrazione resistente si è limitata ad evidenziare che la realizzazione del muro in questione è stata oggetto di una specifica prescrizione dell’ANAS (quale ente preposto alla tutela della strada sulla quale affaccia l’impianto di distribuzione di carburanti), secondo la quale “il piazzale dell’impianto dovrà essere recintato da un cordolo continuo (in muratura o c.l.s.) di altezza non inferiore a cm 50, salvo lo spazio (lato piazzale antistante il fabbricato il cui piano terra è adibito a Bar - Tabacchi) delimitato da marciapiede esistente; si precisa che l’accesso al Bar - Tabacchi dovrà avvenire esclusivamente dal piazzale dell’impianto, pertanto l’accesso esistente lato strada dovrà essere soppresso”.

Invece il controinteressato - dopo aver evidenziato che la strada in questione sorge su suolo demaniale, parallelamente ad un canale d’irrigazione,  e che la stessa è stata realizzata al solo scopo di consentire la manutenzione del canale - ha dedotto che l’eventuale demolizione del muro in questione non consentirebbe comunque ai ricorrenti il transito sul tratto terminale di via Enrico Fermi perché tale transito è comunque ostruito dal marciapiede già realizzato dal Comune e perché l’area demaniale su cui insiste la strada costituisce oggetto di un’apposita concessione in suo favore, sicché egli ha certamente titolo per inibire a chiunque il transito sulla stessa.

                Anche tale eccezione risulta infondata.

                A differenza di quanto sostengono l’Amministrazione ed il controinteressato, in questa sede non è in discussione né la proprietà demaniale dell’area su cui insite via Enrico Fermi, né tanto meno l’obbligo del signor Di Rienzo di ottemperare alle prescrizioni imposte dall’ANAS ai fini della corretta gestione dell’impianto di distribuzione di carburanti,  ma piuttosto la legittimità di un’opera la cui realizzazione ha di fatto inciso sulla servitù di uso pubblico formatasi su via  Enrico Fermi.

A tal riguardo si deve rammentare che, secondo la giurisprudenza (Cons. Stato, Sez. V, 4 febbraio 2004 n. 373; T.A.R. Emilia Romagna, Parma, 25 maggio 2005, n. 287), affinché una strada rientri nella categoria di quelle soggette a servitù di pubblico transito (con correlativa illegittimità di ogni interclusione ad opera del proprietario) devono sussistere i requisiti del passaggio (esercitato iure servitutis publicae da una collettività di persone qualificate dall’appartenenza ad un comunità territoriale), della concreta idoneità della strada a soddisfare esigenze di generale interesse (anche per il collegamento con la pubblica via) e del titolo valido a sorreggere l’affermazione del diritto di uso pubblico, che può identificarsi anche nella protrazione dell’uso stesso da tempo immemorabile.

Orbene, nel caso in esame i ricorrenti hanno affermato che per accedere alle loro abitazioni si sono serviti da tempo immemorabile di via Enrico Fermi e che tale strada di collegamento con la via Appia è stata costruita, asfalta, illuminata e munita di segnaletica stradale dall’Amministrazione comunale.

Tali affermazioni non risultano smentite né dall’Amministrazione resistente, né dal controinteressato. Infatti l’Amministrazione si è limitata ad evidenziare che la realizzazione del muro in questione è stata oggetto di una specifica prescrizione dell’ANAS. Tuttavia dall’esame di tale prescrizione si evince soltanto che “l’accesso al Bar - Tabacchi dovrà avvenire esclusivamente dal piazzale dell’impianto” e quindi la necessità di sopprimere ogni altro accesso (ivi compreso  “l’accesso esistente lato strada”), ma non si evince la necessità di impedire il passaggio su via Enrico Fermi. Inoltre le affermazioni dei ricorrenti trovano conferma proprio nella relazione tecnica depositata in giudizio del controinteressato ove viene affermato che lo stralcio planimetrico del Comune di San Tammaro “riporta in corrispondenza del canale preesistente una strada di piano”, sicché si può comprendere perché il Comune abbia provveduto ad asfaltare, illuminare e dotare di segnaletica la via Enrico Fermi.      

Stante quanto precede risulta evidente che l’interesse dei ricorrenti a ricorrere avverso l’inerzia dell’Amministrazione deriva non solo da ragioni di carattere edilizio, ma anche da ragioni di carattere urbanistico, relative all’incidenza dell’intervento edilizio de quo sulla rete stradale preesistente e, in particolare, sull’uso pubblico di via Enrico Fermi.

10.           Rimane a questo punto da esaminare l’ultima eccezione di inammissibilità del ricorso, con la quale l’Amministrazione resistente ha contestato di essere rimasta inerte a seguito della D.I.A. presentata del signor Di Rienzo, come si può desumere dalla  nota n. 4482 del 23 giugno 2005, con la quale  il denunciante è stato diffidato dall’eseguire i lavori a causa della mancanza del parere dell’ANAS, e dalla nota n. 4717 del 1° luglio 2005, con la quale è stata annullata la predetta diffida.

Neppure tale eccezione può essere accolta. Infatti dalla motivazione di tali provvedimenti  non si evince affatto se l’Amministrazione comunale abbia esaminato  o meno l’incidenza dell’intervento edilizio de quo sul sistema viario della zona e, in particolare, sull’uso pubblico di via Enrico Fermi, sicché tali provvedimenti non possono ritenersi satisfattivi dell’interesse azionato dai ricorrenti con la diffida notificata il 3 agosto 2005.

11.           Nel merito il Collegio ritiene che non sussistano comunque i presupposti per procedere all’esame della fondatezza dell’istanza presentata dai ricorrenti.

 Occorre infatti evidenziare che costoro non contestano una difformità dell’intervento edilizio eseguito rispetto a quello descritto nella D.I.A., bensì la possibilità di realizzare in assenza di permesso di costruire un intervento edilizio che determina una  trasformazione del territorio di notevole entità, non solo dal punto di vista edilizio, ma anche dal punto di vista urbanistico. Inoltre non vi è dubbio che nel caso in esame vi sia un affidamento da tutelare, derivante sia dall’incertezza sul regime giuridico dell’intervento edilizio de quo (posto che la necessità o meno del permesso di costruire per la realizzazione di muri di recinzione, secondo la giurisprudenza, dipende proprio dall’impatto dell’opera sull’assetto urbanistico ed edilizio della zona), sia dal fatto che l’Amministrazione ha prima inibito la realizzazione dell’intervento e poi ha annullato tale provvedimento inibitorio, così ingenerando nel denunciante il convincimento di agire nel pieno rispetto della legge.

12.           Stante quanto precede, il presente ricorso deve essere accolto limitatamente all’accertamento dell’illegittimità del silenzio serbato dall’Amministrazione comunale sulla diffida notificata dai ricorrenti in data 3 agosto 2005 e, per l’effetto, si deve ordinare al  Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di San Tammaro di adottare un provvedimento espresso sulla predetta diffida, previa valutazione comparativa di tutti gli interessi coinvolti nella vicenda.

Considerata la novità delle questioni trattate, le spese di giudizio possono essere compensate.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, Sezione IV, definitivamente pronunciando sul ricorso n. 7813/2005 lo accoglie in parte e, per l’effetto, ordina al Responsabile del Servizio Tecnico del Comune di San Tammaro di adottare un provvedimento espresso sulla diffida  notificata dai ricorrenti in data 3 agosto 2005.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Napoli, nella Camera di consiglio del 22 febbraio 2006.

        Il Presidente                                                                L’Estensore

 

 

Ultimo aggiornamento ( giovedì 20 aprile 2006 )
 
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